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COSTA D’AVORIO, NE’ GUERRA NE’ PACE

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La Costa d’Avorio vive ancora in bilico tra la guerra e la pace. Nonostante le pressioni della comunità internazionale, la presenza dell’ONU, i Gruppi di Lavoro Internazionali creati per favorire il processo di riunificazione del paese, la pace non è ancora una realtà.

Camminando per le strade di Abidjan, capitale commerciale e sede del governo del paese, ci si rende conto della situazione: non si combatte, ma le strade sono popolate da gente armata, che si tratti di militari delle forze governative ivoriane o di appartenenti alle forze internazionali. Se la pace è affidata a uomini armati, non può che essere fragile e facilmente attaccabile da altri uomini armati.

Negli occhi della gente tuttavia si legge un grande desiderio di pace. “Andate in Europa e dite che qui non c’è la guerra, che voi occidentali potete tornare in tutta tranquillità. Vogliamo ricominciare”. Sono parole che ci si sente dire spesso e un po’ da tutti. Quattro anni di instabilità e di scontri hanno lasciato un paese diviso e sofferente. La fiera Costa d’Avorio, che ai tempi della grande prosperità era considerata “la Svizzera dell’Africa”, oggi è un paese da ricostruire, coinvolgendo gli attori politici internazionali, indispensabili per evitare che la lotta per il potere interna alla classe politica ivoriana riaccenda la latente guerra civile.

Ma come si è sviluppato questo conflitto?

Tra il 1893 e il 1960 la Costa d’Avorio fu una colonia francese. Raggiunta l’indipendenza, venne governata sino al 1993 da Félix Houphouet-Boigny, rieletto per sei volte consecutive alla guida del paese come rappresentante del Partito Democratico della Costa d’Avorio (partito unico).

Alla morte di Boigny nel 1993, il paese entrò in un periodo di grave crisi. I suoi successori non riuscirono ad assicurarsi il controllo del potere e la loro posizione fu resa più debole dalle difficoltà economiche in cui si trovava il paese, dovute soprattutto al peggioramento delle condizioni degli scambi internazionali. La Costa d’Avorio infatti era stato in passato un paese ben integrato nel commercio internazionale, grazie all’esportazione di cacao (di cui la Costa d’Avorio è il primo produttore mondiale), caffè, cotone, gas naturale, ma l’abbassamento delle quotazioni di alcune materie prime, come il caffè ed il cacao, fu deleterio.

La situazione di benessere economico e sociale che aveva caratterizzato la Costa d’Avorio in mezzo ad altri paesi molto più poveri e arretrati, aveva attirato numerosi immigrati dalle aree limitrofe. In particolare, moltissimi Burkinabé e Guineani si erano stabiliti nel nord del paese per lavorare nelle piantagioni. La presenza di questi abitanti di origine straniera (il 26 % della popolazione nel 1998) non aveva rappresentato un problema fino a quando la situazione economica si era mantenuta florida. Con la crisi economica e le lotte di potere seguite alla scomparsa di Boigny, anche la tolleranza e l’integrazione dei cittadini stranieri vennero messe a repentaglio.

La prima richiesta di revisione del Codice Elettorale per introdurre il concetto di “ivorianità”, fatta da Laurent Gbagbo, risale al 1993. L’obiettivo era quello di impedire ai cittadini con origini ivoriane”dubbie” di recarsi alle urne favorendo gli avversari di Gbagbo. La revisione venne approvata nel 1994 ed impose ai candidati alla Presidenza del paese di provare la propria ascendenza ivoriana. La propaganda giustificò l’introduzione di questa norma, asserendo che essa potesse permettere di preservare l’identità del paese, diviso tra un sud a maggioranza “ivoriana” e cristiana e un nord con forte presenza di immigrati musulmani. In realtà, questa norma era solo un espediente per estromettere i rivali politici. Nel 1995, una riforma della proprietà fondiaria fece sì che solo gli ivoriani potessero possedere la terra. Nel 2000, a seguito di un referendum, venne adottata la nuova Costituzione: solo gli ivoriani nati da genitori ivoriani potevano presentarsi alle elezioni presidenziali. Ne conseguì una vasta “campagna di identificazione”, volta a definire la cittadinanza degli ivoriani.

ll persistere della xenofobia e della crisi economica degradarono ulteriormente il clima politico, fino allo scoppiare della guerra civile, il 19 settembre 2002. La guerra ebbe inizio simultaneamente a Abidjan, Bouaké e Korhogo.  Anche la capitale fu coinvolta, a dimostrazione del fatto che questo non era un conflitto tribale mirante alla secessione di una parte del paese, ma una crisi di transizione verso la democrazia. I ribelli erano guidati da Guillaume Soro, leader del Movimento Patriottico della Costa d’Avorio. La Francia intervenne immediatamente per proteggere i propri cittadini residenti in Costa d’Avorio ed i loro beni, inviando alcune migliaia di soldati, in virtù di un antico trattato militare bilaterale che le garantiva il diritto di intervento in caso di attacco straniero alla Costa d’Avorio (e i ribelli erano considerati come stranieri dal governo ivoriano). Questo intervento fu considerato retaggio delle vecchie abitudini neocolonialiste e la Francia venne accusata di volere soltanto difendere i propri interessi economici nel paese. Il 26 gennaio 2003 vennero firmati gli accordi di Kléber (detti di Marcoussis), che prevedevano il mantenimento al potere dell’allora Presidente Gbagbo fino a nuove elezioni, l’assegnazione di  qualche posizione nel governo ai dissidenti e l’invio di 4.000 soldati francesi e di soldati della CEDEAO come forza d’interposizione. Inoltre, nel febbraio 2004 il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’Operazione delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio (ONUCI), che raggruppa le forze francesi e i caschi bianchi della CEDEAO.

Nonostante questo tentativo di ristabilire la pace, la situazione continuò ad essere molto tesa e i ribelli non abbandonarono le armi, finchè nel novembre 2004 l’aviazione governativa attaccò una base francese, provocando 9 morti e 37 feriti. La reazione francese fu immediata e violenta. Chirac ordinò la distruzione di tutta la forza aerea governativa, per impedire l’attacco ai ribelli, vietato dagli accordi di Makoussis, e alle basi francesi. Tutti gli occidentali vennero espatriati (con terribili conseguenze sull’economia) e il paese ripiombò nella precarietà, che dura tuttora.

Oggi la Costa d’Avorio è occupata da tre tipi di forze armate : il FANCI (le forze armate goverantive e ufficiali, rafforzate da numerosi mercenari di diverse nazionalità reclutati dal Presidente Gbagbo), le forze ribelli (Forze Nuove, che oggi detengono il 60 % del paese, nella parte settentrionale) e le forze d’interposizione il cui mandato è stato prolungato dall’ONU il 16 dicembre scorso (si tratta delle forze francesi inviate nel quadro dell’operazione Licorne e sotto il mandato dell’ONU, e i caschi bianchi CEDEAO, Comunità Economica dell’Africa Occidentale).

Il processo di pace avanza faticosamente, ostacolato dal mancato disarmo dei ribelli e dal rinvio delle elezioni presidenziali, che dovrebbero tenersi entro l’ottobre 2007 (la recente Risoluzione 1721 dell’ONU ha accordato al Presidente Gbagbo e al Primo Ministro Banny un altro anno di tempo per disarmare le milizie ribelli e attuare l’identificazione degli elettori).

Al di là degli accordi di pace e delle negoziazioni politiche, che spesso si riducono ad una contesa di posti nel governo, la gente comune è pronta per la pace. C’è una grande voglia di recuperare ciò che si è perduto, la ricchezza, la centralità del paese nella regione, il benessere sociale, che solo la pace garantisce. Le associazioni, le chiese, le scuole, organizzano seminari sulla non violenza, sulle strade si leggono cartelli che incitano ad imboccare la strada della pace e a posare le armi.

L’odio etnico non è radicato nei cuori, ma è stato costruito ad arte da una classe politica iniqua. Per questo motivo  è ragionevole sperare che la volontà di ricominciare, così forte nella società civile, porti frutto.

La storia recente della Costa d’Avorio ci insegna che la pace non è una rendita che ci viene assicurata in modo automatico, ma un processo che va alimentato nel tempo, che deve stabilirsi su solide basi ed essere “aiutato”. La pace è intrinsecamente fragile, perché non si esprime con il rumore assordante degli spari, ma con il sì intimo dei cuori e delle menti degli uomini, rinnovato nonostante i giochi di potere e gli interessi economici. Un sì che si traduce in pluralismo politico, in tolleranza e in leggi fondate sui diritti e non sulla definizione del DNA delle persone.

In Costa d’Avorio il processo di riconciliazione e di pace è ancora agli inizi. Gli ivoriani ci dicono: “andate e dite che c’è la pace”. In Costa d’Avorio non c’è la guerra, ma non c’è neppure la pace. C’è un forte desiderio di pace. E’ un inizio, ma questo processo ha bisogno di essere sostenuto, dall’interno come dall’esterno, attraverso le nostre azioni di pace e la nostra comunione con il popolo ivoriano.

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