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Divide et impera

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Mi è rimasta nel cuore una frase di Lanza Del Vasto, maestro della non violenza: “il male e l’errore sono in me come nel mio nemico…è ingiusto odiare un uomo perché si sbaglia”. L’altro quindi non è un nemico da odiare, magari è solo uno che sta sbagliando. Provo a ripetermelo a mo’ di mantra quando mi imbatto in certi personaggi che mi sembrano intrattabili, aggressivi, arroganti, …che quindi hanno l’identikit ideale per la parte di “nemico”. Tuttavia, fare questo tipo di operazione mentale, cercando di ragionare sulla mia relazione con l’altro per neutralizzare gli istinti bellicosi, non è così facile e non lo è a mio avviso per due ragioni: perché è naturale per l’essere umano andare alla ricerca fuori di sé di un capro espiatorio su cui convogliare le colpe e i sentimenti negativi, ma soprattutto perché oggi la nostra società, per lo meno quella italiana che conosco di più, non ci aiuta ad essere miti e non violenti, a perseguire la conciliazione e la convergenza; al contrario, a tutti i livelli respiriamo conflittualità, divisione, contrapposizione.

I programmi alla tv – pubblica o privata che sia – sono una celebrazione di chi urla più forte e riesce a sopraffare l’altro, ed è abituale vedere gli ospiti delle trasmissioni che si azzuffano e si insultano in veri e propri ring o arene, elogio del turpiloquio e dell’insolenza.

In politica l’aggressione ed il rifiuto della posizione dell’avversario sono il punto di partenza di ogni discussione e la litigiosità diffusa dei politici rischia spesso di minare la solennità e la dignità delle funzioni istituzionali. Quando qualcuno osa provare a dialogare con la parte opposta o almeno a considerarne le argomentazioni, viene accusato di ordire inciuci, anche quando agisce in buona fede.

Dal punto di vista economico, l’Italia è da sempre il paese delle mille città, ricchezza culturale e fonte inesauribile di tesori scaturiti dalla valorizzazione delle specificità di ogni area; ma è anche il paese che non sa fare sistema, che ha tante piccole e medie imprese ma soffre per l’insufficienza della grande industria; è un paese tagliato in due, tre, quattro macroregioni con uno sviluppo difforme. Un’Italia a molte velocità insomma, che anche a causa dell’incapacità di fare sistema soccombe di fronte a realtà come quella cinese. Dividersi non conviene, anche economicamente.

Un’Italia in cui chi guida la Chiesa, i Partiti, i sindacati fomenta la contrapposizione tra parti, forza il distacco tra schieramenti opposti spesso costruiti artificialmente e non fondati sulla reale impossibilità di dialogare e trovare punti di incontro. Molte questioni di interesse pubblico, di matrice etica, religiosa o anche economica, sono strumentalizzate al fine di dividere la popolazione in fazioni: chi sta di qua e chi sta di là. Col risultato che non ci si parla più, non si approfondisce con spirito libero e disinteressato il merito dei temi in gioco e drammaticamente si rinviano le soluzioni. Si ottiene solo che la gente si schieri in blocchi contrapposti. Ritengo che le franche prese di posizione siano salutari ed esprimano trasparenza ideologica ed onestà intellettuale, ma solo se sono tese a convincere, e non a difendere un territorio, arroccarsi e denigrare l’altro.

Tutto ciò a chi giova?

Questo schierarsi e contrapporsi a tutti i costi, questa logica di divisione tra “amici” e “nemici”, questa “cultura della zuffa”, non fanno che esacerbare il processo di disgregazione sociale in atto da tempo nel nostro amato paese. Ci allontanano dalla costruzione del “noi”, di una comunità che tiene insieme i bisogni e le istanze di tutti nel superamento degli interessi individuali e delle diversità. Spero che l’esasperazione della conflittualità non sia un fine strumentale volto a disintegrare il corpo sociale e ad emarginarne alcune parti e non sia il frutto di consapevoli e mirate politiche culturali ed economiche.

Tuttavia, se anche lo fosse, a ciascuno di noi, ancorché privo di responsabilità ufficiali o visibilità pubblica, rimane il potere di non ribaltare nella propria vita questa conflittualità diffusa, rifiutando le logiche di schieramento a oltranza e cercando di vedere nelle azioni dell’altro non il riflesso del nemico, ma solo un possibile umanissimo errore.

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