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EMERGENZA IMMIGRAZIONE: BANCO DI PROVA PER L’EUROPA

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Chiamiamo le cose con il loro nome: le continue morti di migranti nel Canale di Sicilia sono una vera e propria STRAGE.

Che dovrebbe scuotere le nostre coscienze quanto le vittime dei terremoti o degli tsunami, degli attacchi terroristici o delle guerre.

Un’ondata umana si sta spostando dal sud del mondo (un sud fisico o metaforico) verso l’Europa, fuggendo da carestie, persecuzioni e guerre. Sono Siriani, Irakeni, Sudanesi, Nigeriani, Eritrei … Molti aspirano ad ottenere lo status di rifugiato.

L’opinione pubblica italiana, tradizionalmente accogliente e aperta alla solidarietà, è schiacciata tra la compassione per questi esseri umani che sono disponibili a rischiare la vita per costruirsi un futuro e la crescente preoccupazione per le dimensioni del fenomeno. E’ del tutto comprensibile visti i numeri esorbitanti, degli arrivi come dei morti in mare, i quali sono stati più di 3.000 nel 2014 e almeno 1.500 nel 2015.

Le risposte demagogiche come sempre non offrono vere soluzioni. Prima di tutto perché gli sbarchi dei migranti non sono un’”invasione”: in totale, gli extracomunitari residenti nei paesi europei sono 20 milioni, ovvero il 4% della popolazione. In Italia sono il 9%. Negli Stati Uniti il 13%, molti di più.

Sarebbe più opportuno un approccio razionale al problema, senza buonismo ma anche senza la barbarie verbale e concettuale di Salvini & co. Invece di solleticare gli istinti razzisti e la caccia allo straniero come capro espiatorio dei nostri mali, bisognerebbe affrontare l’emergenza con maggiore coraggio politico.

L’Italia da sola non ce la può fare a gestire tutti gli arrivi del confine mediterraneo dell’Europa. E’ il momento di capire se l’Europa vuole essere solo un guardiano dei conti pubblici o se ha le carte in regola per dare risposte politiche unitarie a questioni cruciali come l’esodo di interi popoli che si sta riversando sulle nostre coste. Non basta un potenziamento di Triton. Occorre un piano articolato, una sorta di Piano Marshall, che intervenga in Libia e negli altri paesi africani, fermi i trafficanti, selezioni i richiedenti asilo prima che si mettano per mare, distribuisca proporzionalmente i rifugiati nei vari territori. Questo non lo può fare l’Italia da sola. E l’Italia deve chiedere con più forza agli altri Paesi dell’Unione che rendano vivi i principi enunciati nei Trattati e non considerino la questione sbarchi come una mera questione nazionale.

Oggi l’ex ministro Moavero Milanesi ci ricordava sul Corriere che per farsi valere in Europa non basta la capacità di comunicazione, servono abilità negoziale, alleanze forti, credibilità politica consolidata nel tempo. E anche qualche tecnicismo che, magari, dico io, era più comune in alcune figure politiche rottamate negli ultimi anni, che potrebbero essere ripescate in questa occasione.

Se Renzi e l’Italia non smuovono l’Europa, il rischio è che l’indifferenza di Bruxelles per quanto sta accadendo possa decretare la morte del sogno europeo, del nostro orgoglio per la tradizione di soft power e per l’esperienza di avanguardia nella difesa dei diritti umani.

Una guerra si sta combattendo nel nostro mare, un mare europeo, e i governanti stanno chiudendo gli occhi.

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