FORGOT YOUR DETAILS?

Il programma per la candidatura alla Segreteria PD Piemonte

Pd, partito comunità
Monica Canalis

Il congresso regionale per ridefinire la “forma partito”

Periodicamente, in vista dei congressi, ritorna nel PD il dibattito sulla “forma partito”. Lo abbiamo svolto nel corso dell’ultimo congresso nazionale della primavera 2017; lo stiamo riprendendo ora, in vista del congresso regionale. La questione è infatti sempre più urgente: c’è difficoltà ad organizzare la partecipazione nei partiti e anche nel PD, pur sempre l’unico partito che può ancora vantare una presenza organizzata, su tutto il territorio nazionale, di militanti e simpatizzanti.

La società liquida, lo sfaldamento dei legami sociali e dei tradizionali corpi intermedi, la crisi delle procedure democratiche, l’avvento dei social media, un mondo globalizzato che corre più veloce della politica e genera una domanda di protezione, la sfiducia nei confronti della classe dirigente sono tra i fattori che più hanno indebolito i partiti italiani.

Il prerequisito è la consapevolezza, definita a livello nazionale, di chi siamo (la nostra identità), del punto da cui arriviamo (le nostre radici) e di quello verso cui andiamo (il progetto). Tale consapevolezza è il presupposto dell’impegno politico. Se essa non c’è, o è confusa, la partecipazione e il senso di comunità ad ogni livello rischiano di venire meno. Ma questo è un altro tema, che non si affronta in questa sede. Qui invece vogliamo portare il nostro contributo al dibattito su come motivare e organizzare il partito a livello locale.

Oltre al bagaglio politico, porto qui la mia esperienza in organizzazioni di terzo settore e nella scuola di formazione politica del PD del Piemonte.

PD, forza di popolo

In un momento in cui spirano forti i venti del populismo, è necessario ripartire dalla parola “popolo”. I partiti di massa del ‘900 avevano radici popolari, erano forze di popolo, che muovevano anche emotivamente le masse. Avevano una solida classe dirigente, ma non scollata dalle altre classi sociali e dagli strati sociali più bassi. Oggi invece il nostro partito, che è il più autorevole erede dei partiti di massa del ‘900, rischia di essere una forza elitaria. Noi vogliamo un partito che sia vicino alla gente, non ne ignori le fatiche, non ne sottovaluti le paure e non ne disprezzi i bisogni.

L’essenza di un partito è proprio il veicolare le domande dei cittadini, elaborare mediazioni politiche ed indicare un indirizzo per l’interesse generale, creare le condizioni per concretizzare le proposte, tramite la selezione della classe dirigente e la sintesi tra le tensioni della società e gli strumenti della politica.

Invece oggi nei partiti si rischia una dimensione oligarchica dei gruppi dirigenti; una loro pervasività nei vari mondi sociali ed economici (banche, sindacati, partecipate, pubblica amministrazione, ecc.); un’autoreferenzialità rispetto ai bisogni dei cittadini; una manipolazione della “base”, magari ridotta alla mera funzione di comitato elettorale permanente. Senza contare i rischi di un tesseramento talvolta condotto più per contare negli organi partitici che per far partecipare alla vita democratica.

Il populismo si sviluppa dove il riformismo è inefficace, dove c’è una crisi di sistema e una delegittimazione delle classi dirigenti. Il populismo prolifera dove l’ossessiva attenzione al politically correct impedisce parole di verità, comprensibili a tutti.

Un partito come il PD, vocato al riformismo, deve per forza di cose fare i conti con i tempi lunghi delle riforme. Solo la nostra credibilità politica e personale potrà rendere possibile il dialogo con chi vorrebbe tutto e subito.

Un partito riformista è chiamato a competere con i populismi riscoprendo la passione per il proprio progetto e trovando i linguaggi giusti per spiegarlo. Un partito riformista che ha ritrovato il contatto con il popolo saprà contrastare il populismo ed individuare le migliori guide, anche morali, per capire il nostro tempo e condurlo verso un orizzonte di progresso, per tutti.

Citiamo al proposito un estratto della Mozione Renzi, risultata vittoriosa nell’ultimo congresso nazionale: “Non è facile trovare la via d’uscita dalla falsa alternativa tra elitaria presunzione di superiorità e rincorsa demagogica dei populisti sul loro stesso terreno. Quasi un secolo fa Antonio Gramsci parlava della differenza tra sentire, sapere e comprendere. «L’elemento popolare – scriveva nei Quaderni del carcere – “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”». Oggi diremmo, semplicemente, elitarismo e populismo. Ecco che cosa deve intendere il PD quando parla di primato della politica: il primato di questa comprensione, che è insieme un sentire e un sapere, intellettuale e popolare.

Dobbiamo quindi rendere nuovamente attraente il nostro partito a livello locale, risvegliando la passione civile di chi vi si impegna. Ma come?

Uno stile di leadership lungimirante

Per realizzare queste cose sono necessari anzitutto dirigenti preparati, intellettualmente vivaci e umanamente aggreganti. Persone che adottano la modernità di internet insieme alle antiche regole della buona organizzazione, che sanno fare squadra e spegnere i conflitti inutili, che curano la comunicazione in modo professionale senza fare della visibilità un fine intrinseco. Persone in grado di mobilitare sui temi, di coordinare l’elaborazione intorno alle idee, di coltivare una comunità di valori, di riagganciare il mondo dei tecnici, degli esperti e degli intellettuali troppo spesso estromessi dai partiti, di costruire un collettore di energie, una sorta di agenzia di volontariato civile
che incroci le competenze e i bisogni del territorio.

Più in generale, nel circolo e negli organi di partito, così come in ogni organizzazione, valgono alcune abilità e modi d’essere largamente conosciuti per avere successo nel lungo periodo e valorizzare le persone: ti faccio entrare; ti faccio parlare; ti ascolto; ti assegno ruoli precisi; chiedo conto dei tuoi risultati, ti valorizzo se meriti, non se brilli per servilismo o tatticismo. E, infine, ti faccio posto, dando fiducia ai migliori.

Infine, vale sempre, in ogni luogo, lo spirito con cui si lavora e si conduce la vita di partito. Se vincono la prevaricazione, il calcolo di breve periodo, il gregarismo, avremo il fiato corto. Se prevalgono pratiche di fraternità, andremo lontano.

Alcune proposte per un partito comunità

Stare vicini alla gente vuole dire vivere la vita di partito fuori più che dentro le nostre sedi. Significa essere un partito “in uscita”, che va fisicamente a toccare i problemi e non si limita a discuterne in confortevoli location. Andare noi dalla gente e non viceversa. Offrire, prima di chiedere. Creare luoghi di discussione e di incontro, ma anche servizi concreti. Dare assistenza ai cittadini. Mettere a disposizione le nostre sedi come aule di studio per gli studenti, luoghi in cui ospitare attività culturali, scambi di libri, scuola di italiano per stranieri, corsi di cucina o di informatica, pc con internet ad uso gratuito. Aprire punti di ascolto per le problematiche sociali del territorio. Supportare gli anziani nelle incombenze burocratiche.

Inventiamo modalità di partecipazione al passo con i tempi e non limitate al tesseramento:
accettando o riscoprendo presenze sui territori meno ingessate (sul modello dei vecchi Comitati spontanei di quartiere, o dei più moderni, ma alla fine simili, meet up); ripescando qualche idea dal nostro passato o dalle esperienze di altri paesi; mutuando le buone pratiche dell’associazionismo, specie per la raccolta fondi; confrontandoci con gli altri corpi sociali, nella distinzione dei ruoli; dando incentivi a chi offre gratuitamente tempo e competenze.

Perché un volontario frequenta un’associazione? Perché ne riceve gratificazione e senso. Lo stesso dovremmo poter dire per i nostri iscritti ed elettori: dovrebbero frequentare il PD perché ne ricevono gratificazione e senso. La gratificazione di sentirsi utili e di ricevere un riconoscimento per il lavoro svolto o per le idee condivise; il senso di sentirsi parte di un gruppo guidato da alcuni chiari valori fondanti, che rappresentano la base di un’identità comune e dell’appartenenza ad una comunità.

Quanto al governo dei Circoli, è giunto il momento di snellirli prevedendo poche funzioni stabili e omogenee (segretario, tesoriere, responsabile della comunicazione e responsabile
dell’organizzazione), tali da garantire funzionalità, efficacia ed efficienza, sistematicità, continuità e visibilità alle azioni.

Serve poi creare o razionalizzare gli strumenti top down, per trasmettere ai circoli documentazione ufficiale di partito, sintesi sulla posizione del partito, schede di presentazione ed informazioni sui temi dell’agenda politica utili ad alimentare le iniziative di animazione territoriale. Queste comunicazioni dovrebbero semplificare e sintetizzare la molteplicità di informazioni e documenti in circolazione.

I circoli dovrebbero poi essere sistematicamente assistiti: per sviluppare forme autonome di fund raising, per l’ottenimento permessi per iniziative pubbliche, produzione di manifesti e volantini, creazione siti web, gestione organi di informazione locale, adempimenti amministrativi, prestito di attrezzature tecniche. In questo modo sarebbero sollevati da incombenze che richiedono tempo, denaro e competenze specifiche.

Serve inoltre la creazione di una rete tra i Circoli e il sostegno alla loro informatizzazione, per condividere progetti di ricerca, campagne di comunicazione, buone prassi, informazioni, gruppi di lavoro, scambi di competenze. Questa rete dovrebbe essere ospitata da una Piattaforma digitale, su base provinciale o regionale, in cui troverebbe spazio un vero e proprio sistema di knowledge management, per ospitare discussioni on line, condivisione di fonti di informazione e conoscenza, proposta di idee ed esperienze, ecc.

Può inoltre essere utile un’organizzazione delle competenze, attraverso la creazione di una Banca delle competenze da collocare nella stessa Piattaforma digitale. Oggi la circolazione e mappatura delle competenze è limitata agli addetti ai lavori (eletti e staff burocratici). Dato il vasto patrimonio di capitale umano presente a tutti i livelli del partito (iscritti al PD, elettori delle Primarie, amici, osservatori…), è invece ipotizzabile la creazione di percorsi di mappatura complessiva delle risorse a disposizione, con una successiva valorizzazione nelle varie iniziative politiche.

Si consideri poi la possibilità di intensificazione dei rapporti con i non iscritti, ma comunque elettori, specie in quanto partecipanti alle primarie. Il Circolo è il luogo più adatto per sviluppare rapporti di ricerca e di scambio nei confronti di coloro che si sentono Democratici ma non sono iscritti al partito. Si può anche favorire una loro partecipazione occasionale, con il coinvolgimento on line rispetto a sondaggi, primarie tematiche, referendum su temi locali, ecc.

Ultimo, ma certo non meno importante, la formazione. La funzione di un partito è anche
pedagogica: far crescere i cittadini, educandoli alla cultura politica.

Formazione sulle competenze trasversali dei coordinatori di Circolo, per il potenziamento di alcune competenze, tra cui la capacità di lavorare con una logica degli stakeholders; raccogliere e gestire risorse umane e finanziarie; fare ricerca su temi di rilevanza politica; gestire una riunione; scrivere in modo chiaro ed efficace; redigere verbali e comunicati stampa; parlare in pubblico, ecc.

Formazione sulle conoscenze, proseguendo la positiva esperienza promossa in questi anni dalla Scuola del PD piemontese sui temi amministrativi e di cultura politica generale.

Formazione riservata ai dirigenti, per fornire ai dirigenti nazionali e locali del partito una
preparazione sulla gestione delle risorse umane e sulla mediazione del conflitto.

Da queste indicazioni si possono trarre le vocazioni e i necessari assetti organizzativi della
Segreteria e della Direzione regionale, ovviamente al di là dei molti compiti che prescindono dall’azione dei Circoli.

Conclusioni

Queste poche note non esauriscono certo l’elenco delle possibili azioni, ma crediamo diano il senso di come il Partito Democratico possa organizzarsi in modo nuovo, con metodo ma soprattutto con uno spirito di comunità. Servono molti ingredienti per il successo, a partire dalla chiara visione, definita a livello nazionale, della nostra identità, delle nostre radici e del progetto. Ma serve, allo stesso modo, un contributo locale specifico, che in Piemonte non può prescindere dal tenere insieme, con la stessa dignità, i territori urbani ed extra urbani, le province più grandi e politicamente rappresentate con quelle più piccole e a rischio emarginazione. Infine, occorre recuperare la capacità di entrare in sintonia con il popolo. Perché non c’è democrazia senza popolo.

Monica Canalis

TOP