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L’arte di Comunicare in Politica

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“I politici non dicono mai la verità”, “i politici parlano in politichese”, “la politica è finzione”, “è un mondo di plastica”. 

Sono alcune delle frasi che si sentono spesso in bocca al cittadino medio, insoddisfatto dalla propria classe dirigente e nutrito dalle ondate di antipolitica. Sono solo luoghi comuni o c’è un fondo di verità?

Per fare una riflessione in merito, occorre partire dal presupposto chePolitica è Comunicazione”.

Ma andiamo con ordine…

L’etimologia della parola “comunicazione” ha molte radici:

  • cum + munus = dono scambiato
  • cum + mœnia = fraternità entro le stesse mura
  • communis = comunità

Comunicare infatti è condividere idee, sentimenti, esperienze, informazioni.

Comunicare è un collante sociale. Per questo politica è comunicazione, perché è entrare in relazione con l’altro, capire i suoi problemi e farsi capire nel proporre una soluzione.

Nella storia ci sono stati tanti teorici della comunicazione politica.

Uno dei più famosi e malauguratamente efficaci fu Joseph Goebbels, gerarca nazista, il quale concepiva la comunicazione politica come propaganda, uno strumento potente in grado di influenzare il popolo anche trascurando o manipolando la verità. Sue sono le seguenti frasi:

  • « La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità.”
  • « Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.”

Un altro esempio è quello di Jacques Seguelà, pubblicitario francese che condusse con successo la campagna elettorale di François Mitterand, promuovendo la spettacolarizzazione della politica, il predominio dell’immagine sui contenuti.

Oggi si ha l’impressione che charme e capacità comunicativa siano le doti più importanti di un candidato politico. E infatti spesso vediamo uomini e donne privi di idee o di competenze specifiche salire al potere in virtù della loro capacità di affabulazione o del profilo mediatico costruito ad arte dai guru del marketing.

Se nella nostra società l’immagine e l’immediatezza comunicativa sono imprescindibili è comunque doveroso chiedere alla politica di scegliere uno stile comunicativo che non sia svuotato di senso e di contenuti e che non si trasformi in un’agenzia che “vende” prodotti invece di idee. Se le buone idee vanno comunicate bene per essere efficaci, una buona comunicazione senza idee ha le gambe corte.

Anche a causa dei numerosi appuntamenti elettorali, nei partiti italiani prevale spesso – sia in termini finanziari sia in termini di priorità programmatica ed operativa – il marketing elettorale sugli sforzi di elaborazione di idee, l’attenzione all’impatto mediatico sui contenuti. I partiti stanno diventando comitati elettorali, le nuove classi dirigenti sono formate e selezionate all’insegna della mediaticità e degli slogans più che della preparazione e del setaccio etico. Il “come” prevale sul “cosa”, proprio come nei migliori manuali di tecnica di vendita commerciale. Ma il cittadino non è equiparabile ad un consumatore, ha bisogno che la politica dia risposte profonde ai problemi del singolo e della comunità, con una visione ampia del progetto di società che si propone, non solo di risposte frammentate, formulate a slogans, sui problemi “di moda” sollevati da un gruppo sociale piuttosto che da un altro. La ridondanza di scadenze elettorali fa anche correre il rischio che la comunicazione politica si riduca a comunicazione a fini elettorali.

Fermo restando che non tutti i generi di comunicazione contribuiscono ad una buona politica, un buon politico deve in ogni caso prepararsi ad essere anche un bravo comunicatore.

Considerando che non si può non comunicare, per comunicare bene è importante ricordare che da un lato serve la tecnica, dall’altro servono le idee e gli ideali.

Nella tecnica rientra l’importanza di dare un feedback, di conoscere i social networks, di padroneggiare la comunicazione verbale, non verbale e paraverbale, di sapersi adattare al linguaggio dei destinatari ecc.

Tra le idee ed i principi che riempiono la comunicazione di efficacia, c’è la coerenza tra le parole e la realtà dei comportamenti, il riconoscimento del valore sacro delle parole. Le parole “fanno cose. Quando le parole suonano vuote, prive di pensiero, non sono capaci di fare cose, di avere effetti.
E poi il farsi capire, nella semplicità e chiarezza, per potersi avvicinare alla gente. Abolire il “politichese” perché il linguaggio sia un collegamento e non un ostacolo.
Non essere autoreferenziali, ma parlare dei problemi reali ed essere orientati ai destinatari.
Usare una comunicazione ispirata alla trasparenza e alla verità. Alla lunga dire la verità ai cittadini è una scelta che paga (i nodi vengono sempre al pettine…) perché accresce la fiducia.
E il rispetto, anche per l’avversario, evitando il più possibile gli insulti e i toni urlati.

Jurgen Habermas ci propone quattro regole etiche della comunicazione: Comprensibilità, Verità, Veridicità (nel senso di credibilità) e Giustezza (nel senso di conformità alle norme condivise).

 

Queste regole possono essere una buona base di lavoro.

Infine una provocazione: per mantenere la capacità politica ed il consenso non basta un leader assoluto che comunichi bene, svettando sulle macerie dei partiti politici. Non basta. Lavoriamo su di noi, sulle nostre leadership locali e diffuse. Costruiamo capacità di comunicazione nei nostri ambienti più prossimi, senza delegare e deresponsabilizzarci.

Quindi bene questo corso e bene tutti quelli a venire!

 

Torino

Monica Canalis

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