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Parlamentarie PD: una lezione di metodo

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Tirando le fila dell’intenso mese di primarie del centrosinistra possiamo fare qualche riflessione.
Anche un occhio inesperto nota una bella differenza tra la prima e la seconda tornata di Primarie.
Pur con tutte le tensioni della vigilia, quelle del 25 novembre/2 dicembre verranno ricordate come una festa della politica ed un momento di forte consenso e partecipazione popolare.
Lo stesso non si può dire delle primarie del 29 dicembre sulla scelta dei parlamentari del PD. Anche senza spingerci a definirle una “foglia di fico” o un “rattoppo” come fa il settimanale “Famiglia Cristiana”, è comunque evidente che queste ultime primarie sono state una soluzione di ripiego per la mancata riforma del “porcellum”. Un tentativo di dare, in zona cesarini, un segnale politico di democrazia.
Il segnale c’è stato, ma, tra luci e ombre, la qualità complessiva dell’operazione politica è stata piuttosto scarsa.
Va detto che in generale lo strumento delle primarie si presta per la scelta dei candidati alle cariche monocratiche, il cui titolare è una sola persona fisica, mentre non funziona molto bene per le cariche con una pluralità di titolari.
Detto questo, e senza soffermarci sulla questione “tempo” (la chiusura anticipata della legislatura ha determinato un accorciamento dei tempi per la celebrazione delle primarie, in pochi giorni a ridosso del Natale, con conseguente calo della partecipazione, sia dell’elettorato attivo sia di quello passivo), mi pare che il nodo centrale su cui vale la pena riflettere sia di carattere metodologico.
Se un segnale di democrazia doveva essere dato, avrebbe dovuto essere un segnale più autentico. Una volta concluse le primarie, il 10% dei candidati in lista è stato deciso da Roma. Questo 10% è stato collocato nelle posizioni utili della lista, quelle eleggibili, per cui la percentuale di deputati e senatori che entreranno in Parlamento grazie alla decisione della segreteria nazionale, indipendentemente dalle primarie, raggiungerà quasi un terzo del totale. E’ stato insomma un processo amministrato dall’alto, in pieno stile “centralismo democratico”.
Molte delle persone scelte da Bersani sono prestigiose, competenti, allacciate a mondi e settori che apporteranno un contributo di consensi nelle elezioni, e di professionalità nel lavoro d’aula, ma su altre non si può dire lo stesso. In particolare non si capisce perché parlamentari uscenti, che hanno avuto almeno 5 anni di tempo e di risorse economiche per crearsi una rete sul territorio e nel partito, decidano di non partecipare alle primarie e poi vengano inseriti nella quota nazionale. Ed è solo uno dei casi su cui si potrebbe discutere.
Un altro tratto di debolezza ha riguardato la raccolta delle firme. Lunedì 17 dicembre è stata resa nota la regola per cui l’aspirante candidato doveva raccogliere un ventesimo delle firme degli iscritti al PD nella propria Provincia entro il venerdì 21 dicembre. L’elevato numero di firme e la concitazione dei tempi hanno premiato il voto organizzato, per non dire i “signori delle tessere”, o comunque coloro che si erano già mobilitati da mesi o appartenevano alle correnti più organizzate. Questo sistema farraginoso non ha scardinato, anzi ha rafforzato l’apparato e le correnti, con isolate eccezioni.
Sempre dal punto di vista metodologico, abbiamo assistito a segretari del partito che invece di essere arbitri imparziali hanno approfittato della propria posizione per trarre vantaggio sugli avversari. E non è stato edificante veder commettere proprio da loro una serie di furbizie o palesi irregolarità.
Mi pare quindi che emerga una importante lezione di metodo: occorre investire molto sull’elaborazione dei contenuti, ma senza sottovalutare gli aspetti organizzativi e la capacità di rapida mobilitazione del proprio elettorato.
Sulle caratteristiche dei candidati vittoriosi è già stato detto molto.
È vero, si è registrata una diminuzione delle candidature di espressione cattolico democratica, forse legata ai fattori metodologici di cui sopra, che hanno favorito le correnti ex DS.
Mi pare invece che non si debba eccessivamente enfatizzare la presunta prevalenza di logiche di appartenenza identitaria e culturale: in provincia di Torino, ad esempio, i Renziani hanno sostenuto il ticket Lepri/Fregolent, non riconducibile a logiche strettamente identitarie.
In queste primarie si è anche affermato il fattore  di rappresentanza territoriale (la rappresentanza di territori sub-provinciali, come il Pinerolese, il Canavese ecc.), che va oltre l’identità culturale del candidato. Questa territorializzazione potrebbe portare più ascolto e vicinanza ai cittadini; potremmo avere meno candidati “di palazzo” e più rappresentanti che consumano le scarpe per incontrare gli elettori. Con la speranza che questo processo non svolti verso localismi e clientelismi.
Infine salutiamo con soddisfazione l’affermazione di tante donne e giovani: a loro auguriamo buon lavoro (e buono studio per chi non ha un solido background) e a loro guardiamo con curiosità e aspettativa, sperando che portino impegno, serietà e autorevolezza nella sbiadita e screditata vita parlamentare.

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