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PASSAGGIO IN PAKISTAN

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Nel mese di gennaio ho avuto la preziosa opportunità di trascorrere due settimane in Pakistan, la “terra dei puri” (questo il significato del termine “Pakistan”), uno stato che si snoda nell’Asia meridionale, incuneato tra India, Cina, Afghanistan e Iran.

Basterebbe questa definizione geografica per cogliere la posizione strategica del Pakistan, rafforzata da altri due fattori: la vorticosa crescita demografica (con i suoi 180 milioni di abitanti il Pakistan ha la sesta maggior popolazione mondiale ed un tasso demografico superiore a 2 figli per donna) e la netta prevalenza della religione musulmana (la maggior parte dei pakistani sono musulmani sunniti, con una cospicua minoranza di musulmani sciiti ed una piccola minoranza di non musulmani, per lo più cristiani ed indù).

Il Pakistan nasce nel 1947 a seguito di un lungo processo politico che porta all’ottenimento dell’indipendenza dai britannici e alla scissione dall’India, di cui il territorio pakistano aveva fino ad allora fatto parte. La separazione dall’India, con il travaso forzato di popolazione (i musulmani in Pakistan e gli Indù in India), i periodici conflitti armati e la perdurante contesa territoriale sul Kashmir, è un evento che influenza ancora fortemente la politica estera ed interna del Pakistan, profondamente intrisa di fobie.

Anche le conversazioni con semplici cittadini lasciano trasparire le numerose paure che serpeggiano nel paese: la paura del potente vicino indiano, indicibilmente superiore dal punto di vista numerico e politico, la paura degli Stati Uniti e di quanto accadrà in Afghanistan nel 2014 dopo il ritiro delle truppe occidentali, la paura di restare isolati e schiacciati in un’area in cui grandi attori mondiali come l’India, gli USA e la Cina giocano un ruolo di primo piano. Il rapporto con gli Stati Uniti e con il terrorismo islamico merita un discorso a sé. In Occidente è infatti assai noto che Osama Bin Laden fu trovato nel 2011 ed ucciso dagli americani proprio in Pakistan. Tuttavia i comuni cittadini pakistani commentano questo fatto, e l’imbarazzante nascondiglio offerto dal loro paese ad uno dei terroristi più ricercati al mondo, con argomentazioni discutibili ma in qualche maniera logiche: per loro Osama Bin Laden era un terrorista ma era anche una “creatura” degli Stati Uniti, che negli anni ’80 lo avevano supportato e finanziato per contrastare l’ascesa sovietica in Afghanistan, per poi trasformarlo in un’icona del male dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001. Molti pakistani percepiscono quindi l’affaire Bin Laden quasi come un regolamento di conti tutto americano, in cui il Pakistan ha poche responsabilità. Oggi la relazione del Pakistan con gli USA è piuttosto ambigua e indecifrabile. Dopo aver accolto milioni di rifugiati afghani negli anni ’80, nell’ultimo decennio il Pakistan ha stretto un’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti per avversare la proliferazione delle cellule di Al-Qaeda. Questa alleanza formalmente permane anche oggi, ma convive con una tolleranza informale verso le numerose Madrase (scuole coraniche) che ricevono ingenti finanziamenti dai paesi della penisola arabica e allevano nuove generazioni di fondamentalisti islamici, i quali poi perpetuano gli attacchi terroristici per cui il Pakistan è tristemente famoso, contro le minoranze religiose e quei politici che cercano di stabilizzare e modernizzare il paese (si pensi a Salmaan Taseer, governatore musulmano della popolosa regione del Punjab, e al cristiano Shabhaz Bhatti, ministro delle minoranze religiose, entrambi uccisi nel 2011 per essersi opposti all’arcaica legge sulla blasfemia) .

La doppia relazione con gli USA è destinata a creare ancora molti problemi al Pakistan, che non può neppure contare su una solida cornice istituzionale. Il Pakistan infatti è una democrazia poggiata su una repubblica parlamentare federale di stampo islamico, ma è una democrazia molto fragile. Gli ultimi 60 anni sono stati un alternarsi di lunghe dittature militari e brevi parentesi democratiche. L’ultima fase democratica è iniziata nel 2008, a seguito dell’uccisione dell’ex premier Benazir Bhutto e delle dimissioni del dittatore Pervez Musharraf, ma stenta a consolidarsi a causa della corruzione dilagante, dell’altissimo tasso di analfabetismo (circa il 60% della popolazione) e dell’acerba struttura dei partiti politici. Se prendiamo ad esempio il PPP- Pakistan People Party – il partito di Benazir Bhutto e di suo marito, l’attuale presidente Zardari, constatiamo che è ancora un partito su base familiare (la famiglia Bhutto/Zardari appunto, con il giovane erede Bilawal pronto a succedere al padre), guidato da poche famiglie benestanti che gestiscono il potere in modo familistico ed elitario.

Le grandi sfide del Pakistan di cui abbiamo fatto cenno (crescita demografica ed analfabetismo, crisi economica, occupazionale ed energetica, minacce internazionali, proliferare del terrorismo) necessiterebbero di una classe dirigente più matura e laica, di cui al momento non c’è traccia.

Anche la mancanza di senso di responsabilità sul proprio destino, come dicevamo, è un tratto caratterizzante di questo popolo. Parlando con i Pakistani, si ha spesso l’impressione che si sentano come pedine su uno scacchiere governato di volta in volta dagli USA, dalla Cina o dall’India. Questo senso di impotenza, la frustrazione politica, la percezione della propria povertà e dell’inferiorità economica, alimentano lo spirito nazionalista, la pesante spesa militare, la difesa esasperata dell’identità islamica e la tolleranza verso i gruppi estremisti, che, sebbene minoritari, sono molto influenti e pervasivi, soprattutto nelle ampie fasce illetterate della popolazione.

Vien da pensare che questo grande popolo, che in maggioranza è pacifico e accogliente, rischi di non avere un futuro, attanagliato com’è dai problemi del vicino Afghanistan e dall’assenza di relazioni con l’India. La terribile reputazione internazionale tiene il Pakistan in un isolamento che fa il gioco dei gruppi minoritari estremisti. Nell’isolamento questi gruppi proliferano e possono continuare a diffondere liberamente una cultura oscurantista, che nella violenza opprime le minoranze religiose e la componente femminile della popolazione.

Nonostante tutto è necessario che l’intero occidente, e non solo gli Stati Uniti, si interessi e cerchi un dialogo con questa terra per non lasciarla in balia delle mire commerciali della Cina e dei piani oscurantisti degli estremisti islamici. Il Pakistan nei secoli è stato la culla di grandi civiltà, la civiltà dell’Indo, Gandhara, l’impero Moghul … ,ma oggi sembra un paese senza speranza. Aiutiamolo a rifiorire.

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