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Una Pace di Fondo

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Parlare di pace negli ambienti politici italiani oggi è abbastanza inconsueto. Negli ultimi cinque anni credo di non essere mai stata invitata ad un dibattito o seminario politico sul tema della pace. Alcune Fondazioni e Centri Studi specializzati in geopolitica propongono momenti di approfondimento di altissima qualità su tematiche internazionali (si pensi all’ISPI di Milano o allo IAI di Roma), ma si tratta di iniziative indipendenti che solo in parte incrociano il cammino della politica. Soprattutto in questi ultimi anni noi Italiani abbiamo focalizzato il dibattito politico sullo scontro tra gli schieramenti interni al Paese, lasciando indietro la visione d’insieme di ciò che sta accadendo. L’Italia nel nuovo ordine mondiale è una piccola entità scarsamente influente sugli equilibri economici e geopolitici. Soltanto nella dimensione europea il nostro Paese può ancora esercitare un’influenza sulle sorti del mondo, eppure l’opinione pubblica italiana, la stampa la politica non sembrano aver interiorizzato questa novità, con il risultato che si trascura molto la riflessione sulla globalizzazione, sulla strategia internazionale e sul ruolo specifico che l’Italia può giocare, in Europa e nel mondo.

L’esempio più significativo è legato ai recenti avvenimenti che hanno rivoluzionato la Tunisia, l’Egitto e la Libia, la cosiddetta “primavera araba”. Anche in ambito politico sono state fatte molte iniziative di approfondimento su questi eventi, ma non è emerso un dibattito pubblico maturo e serio sul ruolo dell’Italia in queste vicende, sebbene si tratti di Paesi geograficamente ed economicamente molto interessanti per noi. L’Italia nel 2011 è entrata in una nuova guerra, quella in Libia, senza che sorgesse, dall’opinione pubblica, dalla stampa, dalla Chiesa o dalla politica, un dibattito maturo e serio sulla strategia e sul senso di quello che stavamo facendo. Per questo penso che gli Italiani oggi siano molto immaturi su questi temi.

Come Cristiana e come giovane donna impegnata in politica, mi piacerebbe riascoltare le parole di Giorgio La Pira, che all’inizio degli anni ’70 scriveva ai Presidenti di Egitto ed Algeria: “E’ meglio riaprire l’unico, ineliminabile, discorso valido: quello della ‘Speranza di Abramo’: spes contra spem! Come fare? Capire la storia, il destino storico e politico – oggi – della ‘comune, unica famiglia di Abramo’ e trarre da questo destino comune – nel Mediterraneo e nel mondo – tutte le implicazioni storiche e politiche e militari, economiche … che in esso sono contenute! Quindi non solo un ‘cessate il fuoco’ ma l’alba di una ‘pace di fondo” che associa Israele e Ismaele in una comune avventura di bene e di civiltà! (….) Lavoreremo sempre, con la stessa forza ideale e con la stessa speranza ideale – quella di Abramo: spes contra spem – perché la famiglia dei popoli di Abramo sia unita e perché questa unità abramitica – essenziale per l’unità del mondo – faccia spuntare dal Mediterraneo sul mondo il sole della pace fraterna e della fraterna amicizia dei popoli.”

“Non solo un ‘cessate il fuoco’ ma l’alba di una ‘pace di fondo”. Questo dovrebbe esserci nell’agenda internazionale di un popolo maturo, che nell’ultimo secolo ha vissuto il travaglio di due guerre mondiali, ha scelto la pacifica e pacificante unificazione europea e propone al resto del mondo questo modello di convivenza e neutralizzazione dei conflitti.

Perché ci sia una “pace di fondo”:

Occorre lavorare per la giustizia tra i popoli. Nell’ultimo decennio il numero di conflitti armati nel mondo è ampiamente diminuito. Tuttavia, i focolai di conflitto e le situazioni potenzialmente belliche sono moltissime e legate a temi di giustizia ed equità sociale, come l’equo accesso all’acqua, la distribuzione della terra, la libertà di espressione e di fede, il lavoro, oltre alle questioni ben conosciute della definizione dei confini o dell’accesso all’energia. Per restare nei paesi occidentali, la protesta degli “indignados” in Spagna, Italia, Grecia, Stati Uniti ecc. rivela soprattutto nelle nuove generazioni un malessere sociale molto forte che può innescare disordini sociali. Questa non è “pace di fondo”. Allora i politici e tutti i responsabili del destino dei giovani seguano l’esortazione del Papa: “ascoltare e valorizzare le nuove generazioni nella realizzazione del bene comune e nell’affermazione di un ordine sociale giusto e pacifico dove possano essere pienamente espressi e realizzati i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo … I giovani dovranno essere operatori di giustizia e di pace in un mondo complesso e globalizzato. Ciò rende necessaria una nuova alleanza pedagogica di tutti i soggetti responsabili”.

Perché ci sia una “pace di fondo”:

Occorre lanciare nuove campagne di disarmo e di riconversione economica degli armamenti.

Occorre rileggere con gli occhi del 2011 le parole della Costituzione Italiana che all’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Occorre riformare le Nazioni Unite, che oggi non sono autorevoli e non rispecchiano il nuovo ordine mondiale, per potenziare il baluardo contro l’uso unilaterale della forza armata e affermare ancora che il ricorso indiscriminato di uno Stato all’uso della forza non può essere ammesso.

Occorre che la politica, la Chiesa, la stampa, in una società senza padri né maestri, in cui i giovani faticano ad individuare figure di riferimento, riscoprano un’iconografia e una tradizione di pensiero della pace e della non violenza: Vaclav Havel, Giorgio La Pira, Nelson Mandela, Aung San Suu Kii, Desmond Tutu, Martin Luther King, Gandhi …

Occorre credere nella cooperazione e nella bontà che disarma e fa incontrare i popoli là dove falliscono le rivendicazioni e la competizione.

E magari può essere utile rileggere “Per la pace perpetua” di Immanuel Kant: per preservare il sommo bene della pace i sovrani devono comportarsi moralmente, vale a dire non devono mai considerare la persona umana un mezzo, e devono privilegiare l’etica della virtù rispetto all’etica della potenza, per far uscire l’umanità da quello stato di guerra permanente il cui fine sarebbe unicamente il “grande cimitero del genere umano”.

Monica Canalis 

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